Danilo Maestosi
Danilo Maestosi
Danilo Maestosi

2003. Galleria Faleria, Roma - 2003. Villa Rufolo, Ravello

Come in un film di pirati quando dall'alto una voce urla: Terra in vista,e appare una sagoma sfocata e bluastra. Un'isola forse. Ma se fosse un miraggio? Perchè prima di metterci piede ogni isola è remota, improbabile come un fantasma. Una storia, universo o frammento, che racchiude altre storie, sigilla un viaggio e ne prepa≠ra uno nuovo,fino a quando lo scandaglio della memo≠ria non impone la sosta e l'approdo. Dipingere come gettare l'ancora, srotolare una mappa, indicare la pros≠sima, possibile, rotta. E ripartire verso l'isola che sta più in là. Una mostra,questa mostra, come un arcipelago che ho tentato di raccontare al ritorno.
Danilo Maestosi


Dice Costantino Kavafis nella sua Itaca: "Sempre devi avere in mente Itaca / raggiungerla sia il pensiero costante./Soprattutto, non affrettare il viaggio;/fa che duri a lungo, per anni,e che da vecchio / metta piede sull'isola,tu ricco / dei tesori accumulati per strada / senza aspettarti ric≠chezze da Itaca."
Un approdo ideale, desiderato, immateriale, che sia la meta di un cammino denso di avventure, di colore, di volti, di storie, di tutto quello che, in fondo, è importante cercare. Le "isole" di Danilo Maestosi sono davvero approdi di terra sognati, immaginati, spesso densi di passione e calore, come tappe di un viaggio intrapreso dalla sensibilità, dalla curiosità di una persona capace ancora di emozionarsi ed emozionare. I suoi punti di riferimento sono evidenti, ben delineati dalle coordinate di un'esplorazione attraversata da letture, immagini cinemato≠grafiche, versi poetici, scritture. Da Borges a Cervantes, da Tarkowski a Chatwin, nel colore,con curiosità, con fantasia. Sempre con passione. Le stesse cifre che ritrovo nel Danilo Maestosi, giornalista, nella sua qualità di professionista attento e colto, sensibile. C'è spesso, nei suoi qua≠dri, la presenza di una luce particolare, quella luce che non solo illumina, ma definisce allargan≠do lo spazio, aggiunge qualcosa di metafisico al suo arcipelago di immagini. » una luce che esal≠ta la materia, la rende più densa ma non la banalizza mai. Credo che questo sia davvero un dato proprio di Maestosi, della sua evidente voglia di ricerca, voglia dinamica, voglia di emozione. Un'espressione di vita.
Walter Veltroni


Naufragi dell'anima

Mi ha sempre incuriosito la pittura di Danilo Maestosi. Forse per quel tanto che sfuggiva al mio occhio ordinatore. Così mi è capitato più di una volta, intendo da quando, non molto tempo fa, Maestosi si è proposto pubblicamente, di imbastire un monologo silenzioso su queste superfici cadute all'improvviso sotto il mio e l'altrui sguardo.Cercavo in esse, senza dubbio viziata dalla lente deformante della professione, un principio, quasi un capo da srotolare per sistemare tali pagine in una struttura compositiva che rispondesse a questo o a quell'apparentamento forma≠le. In sostanza una lettura sul linguaggio che lasciava in qualche modo in ombra l'artefice, que≠sto scrittore-pittore, del quale conoscevo, almeno fino alla scorsa estate, abbastanza poco, tran≠ne che fosse un giornalista, romano, passato per le redazioni di più testate nazionali per le quali ha sempre scritto e scrive di cultura, dall'arte nelle sue varie accezioni all'ambiente. Ho cono≠sciuto meglio Danilo Maestosi in occasione della sua ultima esposizione, complice una tiepida serata settembrina nella cornice notoriamente avvolgente di Ravello. Un'occasione che sicura≠mente mi ha aperto degli squarci sulla sua pittura, per quanto, e forse proprio in ragione di ció, non abbiamo parlato di questa. Mi si è chiarita innanzitutto la necessità, un bisogno da parte di Maestosi di dire di più anche se poteva sembrare di meno, di quanto non avesse fatto fino a quel momento con l'abituale pratica della scrittura. Non si pensi ad una conversazione molto lunga tra noi. Danilo non è uomo di moltissime parole e neanche io, ma quel tanto è bastato a scoprire qualità umane e sensibilità senza dubbio spiccate, insomma a far scivolare dal mio sguardo l'"ansia"deH'etichettatore.Quelle pagine,o meglio le sue pagine vanno ai di là di una costruita (ricercata) disciplina, per quanto ovviamente non prive di un carattere formale che individua una cifra divenuta progressivamente carattere della sua pittura.Così eccomi qui a scrivere delle sue ultime creature. Isole, questo il titolo della mostra "come un arcipelago - è lui stesso a dire -che ho tentato di raccontare al ritorno" Al ritorno da dove, viene da chiedersi. Dai suoi tanti, lun≠ghi,abituali viaggi o cosa che è più probabile,senza scartare l'esistenza concreta di questi,dal viaggio."l'\so\a galleggiante - scrive Jean-Paul Sartre nel suo L'ultimo turista - è la terra intera, tonda sovraccarica d'uomini;si allontana,io resto sul molo"Uno sguardo allungato sul mondo quello del filosofo che si sottrae (lo spettacolo è quello di una inabissante Venezia) alle coordi≠nate spazio-temporali per cedere all'abbandono. Restare dunque (è la traccia del viaggio italia≠no di Sartre) in bilico tra l'emozione e l'intelletto. Una traccia che mi sembra possa calzare per Danilo Maestosi, per questi approdi che egli carica ogni volta di emozioni, cedendo alla visione che allontana il mondo, naufrago tra confini certi che egli dilata offrendoli come naufragi dell'a≠nima. Indicativi in tal senso alcuni titoli di queste recenti composizioni : Borri in Usa, Il tempo del≠le cattedrali, Borri in Usa 3, Sorgi la sera e vai, Dopo il diluvio, Il termine del viaggio. Sono segnature, dovrebbero proporre le coordinate di azione nello spazio, ma lo spazio che i dipinti ci propon≠gono è uno spazio assoluto, con luce e tempo anch'essi assoluti. Una luce ed un tempo che Maestosi lascia affiorare dall'interno, svelandoli attraverso la trama dei colori divenuti più fitti. Rispetto ai dipinti realizzati sul finire degli anni Novanta, tempere per lo più, questi odierni van≠tano una materia corposa,fatta di sostanze viniliche, che disegna forme ora incidenti, taglienti, distribuite come piani architettonici, ora arrotondate, sinuose con referenze ad un mondo del≠l'organico piovuto quasi per surreali straniamenti. In sostanza l'impressione che si ha è che Maestosi tocchi le cose senza nominarle, senza "l'obbligo - si potrebbe dire con Merleau-Ponty - di valutarle" Lascia che sia l'occhio a circumnavigare, rifuggendo l'analisi, ma non il racconto. Un racconto fatto per immagini o meglio per sollecitazioni immaginarie che superano l'intellet≠to per affidare alla pittura il piacere della scoperta. » una scoperta che egli attua attraverso il corpo di essa, attraverso il gioco delle sovrapposizioni e giustapposizioni cromatiche, sovente sfaldate dal ricorso alla sottrazione. Maestosi scava nella materia, nelle stesse stridenti armonie create alla ricerca della sostanza impalpabile delle cose. Gli vengono incontro la luce sfavillante≠mente suddivisa all'interno di una cattedrale, i bagliori di una metropoli, la sagoma di un corpo anelato. » una narrazione fatta per frammenti, per interpunzioni, destati come memorie, come presenze nel cono di rifrazione luci-ombre."La trasparenza e la riflessione - avverte non a caso Wittgenstein - esistono soltanto nella dimensione della profondità di un'immagine visiva" » per Maestosi vedere e vedersi come un naufrago in attesa della prossima sponda.
Ada Patrizia Fiorillo


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