Danilo Maestosi
Danilo Maestosi
Danilo Maestosi

2005. Galleria della Tartaruga, Roma - 2005. Galleria Ammaturo, Tagliacozzo

"Devo a Mario Perniola e alla sua rivista di estetica, 'Agalma', il titolo che incornicia le opere di questa mostra: 'Ukiyo, il mondo fluttuante'. Una parola giapponese double face. Nasce a definire uno stato di crisi, sofferenza e ribalta il suo significato secoli dopo, nel periodo di massima fioritura della corte imperiale, a tracciare i confini sfuggenti di una vita di leggerezza e piacere all'insegna del carpe diem. Un senso di ambigua sospensione sull'orlo dell'abisso che ho preso in prestito per evocare lo struggente spettacolo d'incanto e naufragio dei palazzi e dei mausolei dell'ultima dinastia di monarchi vietnamiti. Miraggi spazzati via dalla rivolta anticoloniale e dalla guerra contro gli Usa, che ora riaffiorano come relitti archeologici da dare in pasto ai turisti. Fantasmi di un mondo fluttuante, appunto. Idea che ho forzato per cucire insieme altri ricordi, altri spettri che mi galleggiano dentro come ombre intraviste sui muri dal fondo di una caverna. Riemergono nei miei quadri, travestiti dall'uso di stampi, grumi di tempera e vernici , come biglietti di congedo d'un viaggiatore cerimonioso: la sfida del Titanic e il fascino obliquo della Luna di Borges, la distruzione di Pompei e gli sberleffi del Sessantotto, la leggenda di Atlantide e il silenzio di lacca della reggia di Hué, il frullar di colori nelle strade di Hanoi."
Danilo Maestosi


Ogni volta, di ritorno...
Ho conosciuto Danilo Maestosi come giornalista d'arte.
L'ho letto come critico.
Ne scrivo ora come pittore.
Non sono dei passaggi concatenati, peró una sto­ria la raccontano: quella di chi guarda quotidiana­mente l'arte, per lavoro e per piacere. Maestosi in più, come critico giornalista (o gior­nalista critico?), deve saper osservare le opere di altri artisti individuandone la specificità al di là del nome, del pregiudizio, del consenso generale.
Caso raro, indipendente, libero, di chi scrive d'arte, più di quello che si potrebbe comunemente pensare.
Faccio questa premessa perchè la prima volta che vidi le sue opere coincise anche col momento in cui venivo a sapere della loro esistenza e del loro autore in veste di "creatore", in occasione della sua personale Lunario, presso il Vittoriano di Roma nel 2004.
Le sue due anime, di cui una, fino ad allora, a me nascosta (proprio come l'altra faccia della luna), si fondevano davanti a me, inaspettatamente, come di fronte all'incanto che si prova per un tramonto che ci sorprende ancora una volta sulla via del ritorno.
Rimasi colpito, in quell'occasione, da due cose: la prima, che di pittura Maestosi sembrava averne guar­data tanta (come di fatto è), e questo è evidente, per­chè quello che dipinge respira aria di ricerca, di avan­guardie storiche, di tenui palpiti di luce ed ombra. La seconda, che cercava un'immagine che rappresentasse una visionarietà interiore in collasso ed in fase di perenne assestamento.
Ora proprio in questa particolare occasione espo­sitiva, vedo che nell'inseguire da vicino la sua perso­nale linea d'ombra e di luce, il paesaggio interiore di Maestosi si presenta a tratti anche più tenue, traspa­rente, leggero, fluido di come era apparso ai miei occhi un anno fa.
Senza perdere la sua evocatività.
Non è un difetto che la pittura esprima, oltre che stati d'animo, anche visioni esterne ma immaginarie, che susciti il gioco del riconoscimento e del ricordo, per quanto incerto e non esattamente decidibile. Volti che si affacciano tra le solide architetture di geometrie cosmiche, mondi lunari, isole planetarie, meteoriti sezionati come fossero grumi di materia annerita e animata da una preziosa sostanza di colo­re: è con questi elementi lirici che Maestosi dà corpo alle forme di un'immaginazione, che finisce per lasciare sulla sua pelle sensibile di osservatore, e quindi viandante, pitture come fossero tatuaggi.
Insomma, mi piace pensare a queste opere come a refurtiva che Maestosi riporta a casa ogni volta che affonda le mani, con sforzo ma con pienezza d'essere, dentro il fertile sacco, una sorta di buco nero, della sua sensibilità e della sua inquietudine. Ad ogni rientro, dopo e durante ognuno di questi viaggi, non rimangono che preziosi e incompleti frammenti di forme e colore a testimoniare ció che la creatività, questa grande sconosciuta senza tempo, ha costretto l'anima ansiosa ad espellere, a plasmare, a fantasticare.
Marco Tonelli



























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