Danilo Maestosi
Danilo Maestosi
Danilo Maestosi

Autunno 2011. Progetto di Ennio Calabria e Agostino Bagnato

Notte, Seduto al suo scrittoio,al lume di candela ,un uomo, volto scavato scolpito da una barba bianca. capelli lunghi, marsina scura, graffia la penna sui fogli. Li alza, li legge, poi torna a scrivere, E sussurra frasi a bassa voce: "E se quest' Italia, se questa Italia fosse un'illusione.." In questa scena il senso del Risorgimento che mi porto appresso. Della figura di Mazzini che occupaquella scena, E la luce in cui si ridestano. O meglio la penombra. Perchè è la notte che lo riconsegna alla mia immaginazione. Una sorta di effetto notte cinematografico, di come se. Che offusca altre sequenze sicuramente prevalenti. Le battaglie contro gli autriaci, i combattimenti sul Gianicolo, lo sbarco e l'avanzata dei Mille, la presa di porta Pia, i referendum di annessione,sono scolpiti nel chiarore del giorno. A prevalere nel film che ricompongo in moviola è invece il chiaroscuro del buio: la cornice della cospirazione, la claustrofobia di una cella, il raccoglimento di una biblioteca. Una danza di fantasmi. Sfuggente e remota. Come in fondo ogni ricordo d'adolescenza perduta. Di quel periodo d'accumulazione primaria sul quale andrebbero tarati tutti i ricordi, come un sovrappeso ineludibile che si insinua nel processo di formazione delle nostre opinioni.
Mazzini che sussurra al buio i propri dubbi, dunque, Sono le battute di una recita scolastica di cinquant'anni fa, lo stesso anniversario di oggi ma più tondo, il centenario dell'unità d'Italia, celebrato ovunque senza gli attriti vistosi di questo 2011 . Senza troppe casse di risonanza, come usava allora, l'Italia non aveva ancora scoperto il fascino contagioso dell'effimero. Per l'occasione Ercole Di Marco, Ercolino per noi alunni che vessava con continui divieti e proclami, preside della mia scuola, il liceo Albertelli, aveva scritto un testo lunghissimo, che teneva da chissà quanto nel cassetto . Lo tiró fuori al momento di andare in pensione e chiamó noi studenti a rappresentarlo, ingaggiando un'insegnante di recitazione e affittando persino il palco di un teatro vero, il Parioli. A me che aspiravo solo a una comparsata per entrare nel cast e saltar quante più lezioni possibile, capitó per caso, quasi un eredità di famiglia per via di un fratello che faceva l'attore, la parte del protagonista, Giuseppe Mazzini. Ed eccomi dunque lì nel cono di luce del riflettore, una buffa barba posticcia sul mento, una barba da re assiro, affittata in un'attrezzeria dell'opera che non aveva che quella, e che io cercai disperatamente di rifilare a colpi di forbice durante le prove. In fondo profetica questa confusione di barbe. Non anticipava forse quel pizzo squadrato alla Nabucco il grottesco conflitto sull'inno italiano aperto dalla Lega: la musica e le parole dell'Inno di Mameli, che calato nel clima del tempo annunciava riscatto e vittoria, sacrificato e sostituito dal Va pensiero di Verdi, che evoca l'assoggettamento allo straniero babilonese del popolo ebreo.
Oppresso da un cupo senso del ridicolo, accentuato dalla presenza in prima fila di mia madre, eccomi lì a borbottare in un sottovoce sforzato quei dubbi: "E se l'Italia, se quest'Italia fosse un'illusione...". Dubbi che l'enfatico copione mi faceva ripetere a ritornello ad ogni fantasma di compagno di strada che mi riappariva davanti: i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Goffredo Mameli, gli altri caduti per la Repubblica romana.
Onore postumo per l'umanità di Mazzini che la mia recitazione maldestra sgualciva, ma quel tormentarsi mi appariva allora inappropriato: l'Italia che solo dopo ho cominciato a scoprire ,stava iniziando a gustare il fervore del boom, e mi si ergeva davanti, attorno, come una certezza, una tana, un riparo dalle ferite della guerra e della dittatura. Un paese da costruire ma sulla buona strada, diviso da barriere economiche e sociali profonde e aspre ma superabili, da ideologie che si facevan guerra ma sventolavano insieme alle proprie la stessa bandiera tricolore. Più restii i comunisti: nostra patria è il mondo intero. ma quando giocava la nazionale di calcio in quanti a fare il tifo davanti alla radio, anche nelle sezioni. Più spudorati i nostalgici del fascismo e della monarchia che al tempo ritenevo a torto razza in via d'estinzione. Sì, l'Italia: un'incrollabile evidenza monumentale, non bella magari per noi ragazzi malati d'assoluto, ma solida come la montagna di marmo bianco del Vittoriano, i bronzi degli eroi del Risorgimento nelle piazze, i busti sulla spianata del Pincio, ancora non presi di mira dai vandali, le colonne e le mura dei Fori, le targhe di Garibaldi a battezzare gli strusci del corso in quasi tutti i paesi.
Mi mancava allora il senso vero del termine Patria. Da simpatizzante marxista mi sembrava quasi una prigione troppo angusta. Un limite al concetto di fratellanza che mi accomunava a tutti i popoli oppressi, ai diseredati in lotta. Da antifascista convinto trovavo difficile riconoscermi in una bandiera che gli orfani del regime sventolavano come un braccio alzato nel saluto romano. Meglio la bandiera rossa con la falce e martello del tricolore del ritorno all'ordine nella palude conservatrice della Dc. Ma i conti poi non tornavano quando vedevo vecchi partigiani issare con orgoglio gagliardetti bianco rossi e verdi. Quando ripensavo all'inspiegabile commozione che mi aveva colpito di fronte alla foto in bianco e nero della bandiera italiana piantata sulla vetta del K2. Quando mi tornava il mente l'angoscia e l'immedesimazione per le bandiere, varianti degli stessi colori , con cui i ragazzi ungheresi sfidavano per le strade le sagome minacciose dei carri armati sovietici, rivendicando la libertà dell'appartenenza.
Ho restituito senza più dubbi la parola patria al mio vocabolario di concetti guida solo quando ho cominciato a viaggiare e ho capito quanto contasse a misurare e fissare emozioni, esperienze, diversità, lontananze, affinità quel bagaglio invisibile da italiano che mi portavo appresso, quel senso di casa, quel paesaggio interiore che ritrovavo al ritorno. Anche inquinato da rabbia, insoddisfazione, a volte vergogna.
Una storia fragile comunque, quella dell'Italia unita, anche per questo gioco d'identificazioni che segue gli umori del tempo, l'usura delle ideologie e dei pensieri forti, gli slittamenti della politica.Oggi a mezzo secolo di distanza celebrare il Risorgimento che a quel traguardo ha portato appare a molti di noi una sorta di appello alla resistenza, la festa una chiamata in trincea. L'idea dell'unità si è sfrangiata nella logica del profitto personale e dell'egoismo. In opportunismi da campanile, il senso delle istituzioni si è indebolito, quello della patria calpestatao da calcoli politici a vita e vista corta. Anche la Storia è diventata un elastico che ognuno tenta di tendere dalla propria parte. Un vortice d'oblio che offusca uno sguardo a ritroso. La memoria e l'esempio del Risorgimento sono impalliditi anche perché sono mutati i linguaggi che offrivano loro ancoraggio. La voce, le imprese, i proclami che segnano il lungo e complesso processo che ha portato all'unità d'Italia sono e restano a mio avviso indissolubilmente legati ai tempi lenti, ai vuoti interpretativi e creativi del teatro, all'enfasi di certa poesia, ai testi in rima del melodramma. Codici che ancora sopravvivono, entro nicchie costose e protette, per alcuni persino oggetto di culto, ma non riescono più, perché maldestramente usati e fraintesi, a trasformare la complicità in presa diretta, comprensione di massa. Scambio e comunicazione seguono altri modelli di rappresentazione e d'ascolto. Tv, internet, i telefonini, i riti del consumo di massa, le tecnologie e la logica della globalizzazione, impongono altre maschere , altri camuffamenti. Ci parlano, se lo fanno, di altre patrie, che nulla hanno da spartire con la Patria dei garibaldini e dei mazziniani. Il linguaggio della tv è orizzontale, a fior di pelle, racconta quel che sta accadendo, il qui e ora, la voce della Storia invece penetra e si apre varchi sotto la pelle, viene dal fondo. Dall'Ottocento a oggi si è trasformata e ampliata la platea che partecipa allo spettacolo della vita, il pubblico consapevole del Risorgimento e i suoi protagonisti avevano comunque confini d'élite, anche quando il loro impatto emotivo invadeva altri territori, contagiava spettatori di classi meno acculturate o analfabete.
L'italiano del Risorgimento è un'invenzione di una borghesia colta, una elaborazione letteraria che muove da questi ristretti confini di conoscenze e di censo e trova nel teatro, nel melodramma soprattutto, grazie all'intensità pervasiva della musica, un ponte di comunicazione con altri strati sociali. E' dunque e comunque al teatro , al suo incantesimo desueto, che bisogna riavvicinarsi per ritrovare sintonie, ridestare echi, stimolare raffronti. Esemplare la performance televisiva di Roberto Benigni che chiamato sulla ribalta tv del festival di Sanremo a raccontare a suo modo l'Unità d'Italia e a celebrarne la faticosa conquista ha riletto l'Inno di Mameli, come lo sfogo notturno, tormentato e intenso di un giovane patriota che ci gioca su il suo stesso destino. Gran colpo di teatro.

Ecco, il teatro, la notte. Torno per altre strade a quella scena che riaffiora dalla mia memoria d'adolescente. La notte come spazio del dubbio, solo al buio quel Mazzini che interpretavo così malamente avrebbe potuto esternare quel suo vacillare di convinzioni. E se quest'Italia fosse un'illusione.... La notte come spazio appartato dell'Io, luogo in cui il sogno si libera, prende forma, da forma a bagliori di presa di coscienza.
La notte dunque che torna in queste note di diario come dimensione naturale, cornice simbolica della mia condizione di artista stimolato a queste riflessioni sul significato e le peripezie di questa nostra Italia che sembra aver perso la memoria di se. Incapace di festeggiare senza contrasti persino il suo centocinquantesimo compleanno. Su una sfida che sembra persa in partenza; evocare le parole e gli esempi dimenticati del Risorgimento e le loro possibili risonanze nell'oggi facendo ricorso a un linguaggio "vecchio", logorato e messo in disparte dal sistema dell'Arte, come quello della pittura che rifiuta come altro da se l'artificio della performance, il camuffamento dell'istallazione, la dilatazione e la moltiplicazione fuori misura.

Vecchi e giovani. Lo stesso spartiacque, la stessa scansione sommaria che sembra ostacolare il recupero del Risorgimento. Così datato il suo modo di esprimersi da farci accantonare come vecchio e inservibile un movimento costruito in realtà sull'entusiasmo, la voglia di cambiamento di una generazione sul crinale di trapasso, su un manipolo di giovanissimi, che per quell'idea hanno messo in gioco la loro stessa vita. Tutti sotto i 30 eroi e protagonisti che ne hanno scritto la Storia e a cui voltiamo le spalle.: Mameli, i Cairoli, i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Cesare Battisti, la vedetta lombarda del libro Cuore, persino la contessa Castiglione, sangue blu e seduzioni da cortigiana messe al servizio della patria. Giovani comunque anche se oggi li risvegliamo da abiti e parole, armi e articoli di giornale che prendono muffa da cimeli in musei obitori come il Vittoriano. Curioso paradosso per una società come l'Italia di oggi, un paese a crescita zero, i giovani un esercito di precari, un paese per vecchi come ripetono in tanti, distribuire queste patenti di anzianità al suo recente passato, senza accorgersi che le sta in realtà attribuendo come una condanna al proprio futuro. Senza capire che vecchio e giovane, puer e senex, sono polarità che interagiscono in un continuo scambio di parti, diversità che disegnano il mondo. Il puer che governa sfida e creatività, il senex che amministra il principio di realtà. Sarà anche vecchio il linguaggio del teatro e dell'opera lirica che Il Risorgimento resuscita se lo rapportiamo ai codici sincopati degli sms, ai palinsesti orizzontali della tv, ma abbiam visto con il felicissimo happening di Benigni al festival di Sanremo quanto anche l'universo a una dimensione del piccolo schermo possa scendere in profondità, adottando e rielaborando schemi, tempi e convenzioni del melodramma, imponendoci come novità il recupero mirato di "vecchie " forme di partecipazione e complicità che mettono in moto i giacimenti interiori dell'immaginario collettivo. Fanno riaffiorare schegge di significato che credevamo scomparse. Un errore vistoso affidarsi soltanto all'età anagrafica per separare il campo d'azione di senex e puer , figure che abitano il tempo senza tempo dell'inconscio, interagiscono e convivono all'interno di una stessa persona, persino di una stessa generazione, indizzandone le cadute, le conquiste, il destino. In conflitto s'intende, perché è dell'humus del conflitto che l'inconscio si nutre, anche se oggi la società opulenta sembra rifuggire il conflitto, che vive quasi come uno specchio dell'incubo collettivo della morte, mai così presente, mai così rimossa. O della perdita di cose, beni, fortune, carriere che ne incarnano il simulacro.
Forse è proprio questa paura del conflitto che ci rende così difficile rileggere le pagine del nostro passato, quelle del Risorgimento, come quelle del fascismo, infarcite di contraddizioni, senza ricorrere a d accomodamenti e forzature , comprese quelle di certo revisionismo , un colpo al cerchio l'altro alla botte, oggi di moda. Perchè non è lo schierarsi che strangola la dialettica ma il camuffare in abiti neutrali il proprio impegno di parte. L'arte vera è sempre e comunque faziosa, così come la vita. Faziosa come questa testimonianza che intreccia vita e arte.
L'unità, anche quella del nostro paese che ha faticosamente preso avvio con i moti risorgimentali, è tessuta di differenze, diversità, una corrente non un lago stagnante, un viaggio non un porto sicuro. Altra grande rimozione, quella della diversità: tra i guasti più inquietanti dell'Italia di oggi, perché ci offusca cuore e mente, ci appesantisce, ci impedisce di riallacciare il contatto con le diversità che ci abitano dentro, di riconoscerle nel fuori che attraversiamo. E organizzarle , renderne fruttuosa la convivenza.
Su questo intreccio di direzioni ha cominciato a prendere forma l'opera, una tavola su legno dipinta con tecnica mista e sovrapposizioni di strati di colori a olio, tempere, spray acrilici, nella quale ho provato a condensare il flusso di divagazioni di questo diario notturno sulla conquista dell'Unità d'Italia. Lo spazio è attraversato da zebrature , linee di tensione, spinte che seguono prospettive diverse. Occupato da corpi che premono e si affastellano l'uno contro l'altro, cercando in quell'urto nuovi punti di fusione. Nuove vie di fuga, forse. Corpi in continua frizione anche oggi, perchè il tempo con cui la pittura si misura è sempre quello in cui l'artista è immerso e si trascina dentro, e il presente con cui dipingendo questa tavola mi confronto mi appare dominato da un impetuoso accavallarsi di tendenze all'omologazione e alla separazione.
Altra bussola : la luce. Una luce artificiale, fioca e polverosa. Da teatro. O meglio da retropalco di teatro, dove la luce è tenuta bassa per non filtrare dalle quinte, e l'ambiente è invaso da un pulviscolo che sembra trattenere presenze, come se i personaggi che si alternano in scena lasciassero dietro se una traccia, un ombra. Ombra che si somma a quelle dei costumi ,dei cappelli, degli attrezzi, ne moltiplica gli echi in grumi di colori pallidi, quasi sbiaditi. Parlo del teatro, perchè, l'ho scritto, mi sembra la cornice più giusta in cui far rivivere il Risorgimento, il suo habitat culturale. Ma forse quei colori, quel pulviscolo appartengono soprattutto alla penombra del mio inconscio, tonalità di sogni e ricordi. E quei corpi che affianco sulla tela sono frammenti del caos interiore di cui dipingendo distillo le voci.
Tre i colori che emergono da questo sfondo di tempo sospeso, Il rosso, cupo o più deciso, sanguigno, come di organi appena estratti. Il bianco, cui assegno il cuore del quadro. Perchè è lì che sento pulsare l'anima ancora viva dei movimenti risorgimentali. E infine, solo qualche guizzo sporcato, il verde. Insomma un simulacro di tricolore, che immagino stracciato, calpestato, allo stato di relitto, prima che i tre lembi di stoffa si congiungessero.
Tra i tanti eroi, tra le tante vittime immolatesi per quest'idea d'Italia in gestazione, ho scelto la più tragica: Carlo Pisacane. Un'epopea da tragedia greca la sua, un destino da Cassandra che vede con più chiarezza il traguardo del futuro, ma sbaglia tempo e luogo per rappresentare e inverare il suo sogno. A lui ho voluto rendere omaggio, perchè la sua impresa incompiuta mi appare oggi come un esempio, un modello d'ispirazione. Se fosse possibile riscrivere il copione del Risorgimento per emendarne gli errori è da lì che bisognerebbe partire. E infine un titolo. Allosanfan. L'ho preso in prestito da un vecchio film dei fratelli Taviani, che evoca alla lontana quella sfortunata spedizione, ma porta alla ribalta la figura di un traditore, un mazziniano di sangue blù, o che di fronte alla morte è fuggito e vorrebbe continuare a farlo, imprigionato nell'abito scomodo di eroe, di unico sopravvissuto, che i suoi compagni gli hanno confezionato al ritorno. Un tradimento che si specchia in quello vistoso del presente, che forse il mio lato saturnino, troppa testa poco spazio al puer, ha trascurato nel mio primo quadro. Ignorando la rabbia, lo sdegno che ho provato sentendo in tv un senatore leghista sgravarsi del debito di riconoscenza nei confronti dei martiri del Risorgimento con una battuta infame: < Ma chi glielo ha chiesto>. Povero Pisacane si sarà rivoltato nella tomba. E con lui tutte le anonime vittime delle guerre che hanno disegnato i confini della nostra Italia. La meglio zoventù va soto tera: come riassume il verso di una canzone ripresa in varie versioni, dal 15-18 alla guerra partigiana. E' il titolo da cui è scaturito il secondo quadro con cui chiudo questo diario. Incalzato da questo verso di Mercantini che mi tornava su rabbioso: < Si scopron le tombe, si levano i morti>. Una resurrezione da zombie, carica di minaccia e speranza, quella che ho immaginato per il mio Pisacane. Le mani a graffiar via la terra in cui si è impastato il suo sogno, il sangue rosso vivo che tornava a sgorgare dai varchi, il verde che rispuntava tra le viscere ottuse, indifferenti dei tanti organi estranei che governano e opprimono oggi questo paese. E da quei varchi ho visto ( sognato?)rispuntare anche la voglia di cambiamento, l'indignazione, le attese e i corpi dei ragazzi di oggi, sepolti vivi da una società putrefatta che cerca di esorcizzare con questo sacrificio la propria morte.
Danilo Maestosi


ALLOSANFAN

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Danilo Maestosi
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